Aids, è sempre emergenza
Come ogni anno, l’obiettivo della giornata mondiale contro l’aids è
quello di accrescere a coscienza
dell’epidemia mondiale di aids dovuta al tristemente noto virus hiv. Perché
l’aids rimane un’emergenza. Anche nel
nostro paese…
(di Simona Recanatini)
Aids, vietato abbassare la
guardia. Quello delle infezioni da Hiv resta sempre un argomento preoccupante e
molto serio, a dispetto della sensazione diffusa, soprattutto fra i più
giovani, che la grande paura sia passata.
La Giornata Mondiale contro l’Aids, indetta ogni anno il 1 dicembre 2010, è
diventata nel corso del tempo un importante momento di sensibilizzazione su
questa tematica delicata, ponendosi come obiettivo proprio quello di accrescere
la coscienza dell’epidemia mondiale di Aids (o sindrome da immunodeficienza
acquisita, che rappresenta lo stadio clinico terminale dell’infezione da parte
del virus dell’immunodeficienza umana,
l’Hiv). La scelta del 1 dicembre non è casuale: il primo caso di Aids è stato diagnosticato
il 1 dicembre 1981 e da quel momento questa malattia si è trasformata in una
delle epidemie più gravi che si siano mai verificate, con oltre 25 milioni di
persone decedute. Nonostante questo, oggi l’Aids sembra fare meno paura
rispetto al passato, quando ha condizionato pesantemente le relazioni sessuali
di almeno un paio di generazioni; ma è bene sottolineare che a distanza di
quasi trent’anni dall’inizio dell’epidemia non si sono fermati i casi di
contagio da Hiv e, purtroppo, di Aids si continua a morire. La differenza è che
tutto avviene in uno strano silenzio… La medicina ha fatto certamente dei
progressi eccezionali grazie alle terapie antiretrovirali, che pur non
permettendo la guarigione consentono almeno di tenere sotto controllo
l’infezione da Hiv: ma l’emergenza resta. Anche nei paesi industrializzati la
maggioranza delle persone infette non è consapevole di esserlo, e questo si sta
rivelando una grave minaccia nella propagazione del virus: basterebbe
sensibilizzare maggiormente sull’importanza di sottoporsi al test per l’Hiv,
per esempio, oltre a mettere in cantiere massicce campagne di prevenzione. Oggi
i ragazzi sono portati a credere che l’Aids sia battuto, e lo si evince dalla
scarsa simpatia che nutrono nei confronti del profilattico, precauzione
imprescindibile per evitare scambi di virus e batteri. “I giovani sono una
delle categorie a più alto rischio di infezione da virus HIV” sottolinea la
Dott.ssa Susanna Rosa, ginecologa presso l’Ospedale San Raffaele di Milano.
“Negli ultimi anni sono aumentati i casi di nuove infezioni con virus HIV tra i
giovani compresi tra i 14 e i 24 anni. Molti giovani, infatti, vengono
contagiati da questo virus proprio durante i primi rapporti sessuali” aggiunge
la Dott.ssa Rosa.
Una malattia particolare
Per focalizzare meglio lo stato di salute del nostro paese rispetto all’Aids, abbiamo incontrato Alessandra Cerioli, Presidente della Lila, Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids (www.lila.it).
Aids, numeri, prevenzione: può fornirci una fotografia della situazione in cui si trova oggi il nostro paese?
Una cosa sono i numeri dell’Aids, un’altra quelli dell’Hiv. L’Italia è un paese dove l’accesso alle terapie è garantito e abbastanza efficiente, sia pure con delle differenze territoriali, ciò significa che le persone che vivono con l’Hiv hanno generalmente una buona qualità di vita e se curate per tempo non progrediranno verso l’Aids. L’Italia è però anche un paese dove la prevenzione delle nuove infezioni da Hiv è a dir poco carente. Si fa poca informazione, anche solo parlare di preservativi è impresa ardua, eppure ce ne sarebbe davvero bisogno. I numeri che abbiamo sull’evoluzione delle nuove infezioni sono solamente delle stime, l’Istituto Superiore di Sanità parla di circa 4.000 nuovi casi l’anno, ma la sensazione degli esperti è che siano molti di più. Una sensazione supportata dal presupposto che una persona su 4 non sa di esserne affetta e dal fatto che il test per l’Hiv si fa troppo poco. Inoltre solo 13 Regioni hanno attivato un sistema di sorveglianza, ovvero di registrazione dei nuovi casi di Hiv. Se guardiamo per esempio a Emilia Romagna e Lombardia, storicamente aree con numeri particolarmente alti, vediamo che la prima ha un sistema di sorveglianza, ma la seconda no. Al di là di questo comunque, i dati del COA (il Centro Operativo Aids dell’Istituto Superiore di Sanità) posizionano l’Italia fra i paesi dell’Europa occidentale con un numero medio alto di nuove diagnosi per anno. Nonostante ciò, e se anche amministrazioni e politici periodicamente lanciano allarmi, poi difficilmente seguono azioni concrete, tutto viene lasciato com’è. E di questo vuoto sono sempre più spesso le associazioni di volontari a doversi fare carico.
Possiamo parlare di una sensazione di diffuso abbassamento del livello di guardia? Stiamo facendo abbastanza, anche alla luce del confronto con altri paesi?
L’esempio della Svizzera, attualmente l’unico paese europeo che registra un trend in calo delle nuove infezioni da Hiv, ci dice che campagne informative semplici ed esplicite, incentivazione e distribuzione di preservativi, forti politiche di riduzione del danno per assuntori di droghe per via iniettiva, funzionano. Grandi cose stanno facendo anche paesi come il Brasile, capaci di focalizzare l’attenzione su popolazioni vulnerabili emergenti come quella delle persone adulte, se non anziane, o dei giovanissimi. In Italia, al contrario, non c’è mai stata neppure una campagna rivolta agli uomini che fanno sesso con altri uomini, o a chi lavora nel sesso, l’educazione sessuale nelle scuole si fa poco e male, di discriminazione nei confronti delle persone che vivono con l’Hiv non si parla più da molti anni, mentre il problema ancora c’è. Sono tutti elementi che non incentivano certo comportamenti più sicuri nella popolazione, mentre la disinformazione è all’ordine del giorno. La Lila, che gestisce diversi centralini, se ne rende conto attraverso l’elaborazione delle richieste che riceve, che mostrano una grande confusione. La Lila entra anche nelle scuole, e va detto che da parte dei giovani, quando sono coinvolti, c’è molto interesse. Il livello di guardia si abbassa anche perché si fanno poca informazione e prevenzione, e non solo sull’Hiv.
C’è qualche ambito in cui si possono migliorare le forme di prevenzione?
Ce ne sono molti. A partire dall’annosa questione del sesso più sicuro e dei preservativi. In Italia oltre il 70% delle nuove infezioni da Hiv è dovuto a rapporti sessuali non protetti, più da parte di eterosessuali che di omosessuali, eppure da anni, se non da sempre, si registra l’assenza totale di una qualsiasi campagna istituzionale di incentivo all’uso dei profilattici. Si dice che ormai sono disponibili ovunque, ma non si discute mai del loro prezzo, che è piuttosto alto, soprattutto per i ragazzi. Perciò la Lila anche quest’anno, per il 1 dicembre, Giornata mondiale contro l’Aids, rilancia la sua campagna Yes We Condom, e tornerà a parlare di Femidom, il preservativo femminile, un oggetto da noi praticamente sconosciuto. Tutto ciò che l’Italia sta facendo è una blanda campagna per spingere le persone a fare il test Hiv, ma il test è solo uno degli strumenti della prevenzione e da solo non è sufficiente ad arrestare la diffusione del virus! Ben venga l’attenzione dei cittadini al proprio stato sierologico, ma sarebbe opportuno anche lavorare di più e meglio sull’informazione e sugli strumenti di prevenzione, a partire dai preservativi maschili e femminili.
L’associazione Lila
Lila, Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids, è un’associazione senza scopo di lucro nata nel 1987 che agisce sull’intero territorio nazionale attraverso le sue sedi locali. È organizzata attraverso una sede nazionale, con aree di servizio finalizzate alla prevenzione, alle terapie, alla riduzione del danno, alla prostituzione, al carcere, alla difesa dei diritti. La sede nazionale opera per uno sviluppo delle politiche sociosanitarie e per la crescita delle sedi locali che agiscono a livello regionale, provinciale e cittadino. Lila collabora con altre associazioni non governative italiane ed europee, e con le principali istituzioni nazionali e internazionali.
È bene ricordare che…
…l’infezione da Hiv provoca un indebolimento progressivo del sistema immunitario, aumentando il rischio di infezioni e malattie da parte di virus, batteri, ecc…, potenzialmente letali alla lunga distanza, e che in condizioni normali potrebbero essere curate più facilmente. Dopo essere entrata in contatto con l’Hiv, una persona può diventare sieropositiva e cominciare così a produrre anticorpi diretti specificamente contro il virus, dosabili nel sangue. La sieropositività implica che l’infezione è in atto e che è dunque possibile trasmettere il virus ad altre persone. La comparsa degli anticorpi, però, non è immediata. Il tempo che intercorre tra il momento del contagio e la comparsa nel sangue degli anticorpi contro l’Hiv è detto “periodo finestra” e dura mediamente 4-6 settimane, ma può estendersi anche a 6 mesi. Durante questo periodo, anche se la persona risulta sieronegativa è comunque in grado di trasmettere l’infezione. Da sieropositivi, è possibile vivere per anni senza alcun sintomo e accorgersi del contagio solo al manifestarsi di una malattia. Sottoporsi al test della ricerca degli anticorpi anti-Hiv è l’unico modo di scoprire l’infezione. Esistono tre diverse modalità di trasmissione dell’Hiv: per via ematica, per via sessuale e per via materno-fetale. La trasmissione attraverso il sangue rappresenta la principale modalità di contagio responsabile della diffusione dell’infezione nella popolazione dedita all’uso di droga per via endovenosa. Nel mondo, la trasmissione sessuale è la modalità di trasmissione più diffusa dell’infezione da Hiv. L’uso corretto del profilattico può annullare il rischio di infezione durante ogni tipo di rapporto sessuale con ogni partner. La trasmissione da madre a figlio può avvenire durante la gravidanza, durante il parto o l’allattamento. Oggi è possibile ridurla al di sotto del 4% somministrando un farmaco alla mamma e al neonato. Il virus dell’Hiv non si trasmette attraverso strette di mano, abbracci, vestiti, baci, sudore, muco… oppure bicchieri, posate, lenzuola o punture di insetti. E nemmeno frequentando palestra, piscina, docce, gabinetti, scuole e luoghi di lavoro, mezzi di trasporto, ristoranti, bar, locali pubblici. Altre informazioni all’indirizzo www.epicentro.iss.it/problemi/aids/aids.asp.
La ricerca: il vaccino Tat
Proprio recentemente è stato reso noto che il vaccino terapeutico Tat, conosciuto anche come il Vaccino AIDS Italiano, è stato sperimentato con successo in studi preclinici. Questo vaccino riporta verso la normalità le funzioni immunitarie dei malati. Un risultato “entusiasmante” secondo le parole di Barbara Ensoli, del Centro Nazionale AIDS dell’Istituto superiore di Sanità, che sta sviluppando il vaccino. Uno studio pubblicato sulla rivista PlosOne, che riporta i risultati dell’analisi ad interim della sperimentazione clinica di fase II, dimostra che in 87 pazienti trattati dopo 48 settimane migliora notevolmente il sistema immunitario già compromesso dal virus, grazie appunto all’azione del vaccino Tat combinato con la terapia antiretrovirale.
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Una malattia particolare
Per focalizzare meglio lo stato di salute del nostro paese rispetto all’Aids, abbiamo incontrato Alessandra Cerioli, Presidente della Lila, Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids (www.lila.it).
Aids, numeri, prevenzione: può fornirci una fotografia della situazione in cui si trova oggi il nostro paese?
Una cosa sono i numeri dell’Aids, un’altra quelli dell’Hiv. L’Italia è un paese dove l’accesso alle terapie è garantito e abbastanza efficiente, sia pure con delle differenze territoriali, ciò significa che le persone che vivono con l’Hiv hanno generalmente una buona qualità di vita e se curate per tempo non progrediranno verso l’Aids. L’Italia è però anche un paese dove la prevenzione delle nuove infezioni da Hiv è a dir poco carente. Si fa poca informazione, anche solo parlare di preservativi è impresa ardua, eppure ce ne sarebbe davvero bisogno. I numeri che abbiamo sull’evoluzione delle nuove infezioni sono solamente delle stime, l’Istituto Superiore di Sanità parla di circa 4.000 nuovi casi l’anno, ma la sensazione degli esperti è che siano molti di più. Una sensazione supportata dal presupposto che una persona su 4 non sa di esserne affetta e dal fatto che il test per l’Hiv si fa troppo poco. Inoltre solo 13 Regioni hanno attivato un sistema di sorveglianza, ovvero di registrazione dei nuovi casi di Hiv. Se guardiamo per esempio a Emilia Romagna e Lombardia, storicamente aree con numeri particolarmente alti, vediamo che la prima ha un sistema di sorveglianza, ma la seconda no. Al di là di questo comunque, i dati del COA (il Centro Operativo Aids dell’Istituto Superiore di Sanità) posizionano l’Italia fra i paesi dell’Europa occidentale con un numero medio alto di nuove diagnosi per anno. Nonostante ciò, e se anche amministrazioni e politici periodicamente lanciano allarmi, poi difficilmente seguono azioni concrete, tutto viene lasciato com’è. E di questo vuoto sono sempre più spesso le associazioni di volontari a doversi fare carico.
Possiamo parlare di una sensazione di diffuso abbassamento del livello di guardia? Stiamo facendo abbastanza, anche alla luce del confronto con altri paesi?
L’esempio della Svizzera, attualmente l’unico paese europeo che registra un trend in calo delle nuove infezioni da Hiv, ci dice che campagne informative semplici ed esplicite, incentivazione e distribuzione di preservativi, forti politiche di riduzione del danno per assuntori di droghe per via iniettiva, funzionano. Grandi cose stanno facendo anche paesi come il Brasile, capaci di focalizzare l’attenzione su popolazioni vulnerabili emergenti come quella delle persone adulte, se non anziane, o dei giovanissimi. In Italia, al contrario, non c’è mai stata neppure una campagna rivolta agli uomini che fanno sesso con altri uomini, o a chi lavora nel sesso, l’educazione sessuale nelle scuole si fa poco e male, di discriminazione nei confronti delle persone che vivono con l’Hiv non si parla più da molti anni, mentre il problema ancora c’è. Sono tutti elementi che non incentivano certo comportamenti più sicuri nella popolazione, mentre la disinformazione è all’ordine del giorno. La Lila, che gestisce diversi centralini, se ne rende conto attraverso l’elaborazione delle richieste che riceve, che mostrano una grande confusione. La Lila entra anche nelle scuole, e va detto che da parte dei giovani, quando sono coinvolti, c’è molto interesse. Il livello di guardia si abbassa anche perché si fanno poca informazione e prevenzione, e non solo sull’Hiv.
C’è qualche ambito in cui si possono migliorare le forme di prevenzione?
Ce ne sono molti. A partire dall’annosa questione del sesso più sicuro e dei preservativi. In Italia oltre il 70% delle nuove infezioni da Hiv è dovuto a rapporti sessuali non protetti, più da parte di eterosessuali che di omosessuali, eppure da anni, se non da sempre, si registra l’assenza totale di una qualsiasi campagna istituzionale di incentivo all’uso dei profilattici. Si dice che ormai sono disponibili ovunque, ma non si discute mai del loro prezzo, che è piuttosto alto, soprattutto per i ragazzi. Perciò la Lila anche quest’anno, per il 1 dicembre, Giornata mondiale contro l’Aids, rilancia la sua campagna Yes We Condom, e tornerà a parlare di Femidom, il preservativo femminile, un oggetto da noi praticamente sconosciuto. Tutto ciò che l’Italia sta facendo è una blanda campagna per spingere le persone a fare il test Hiv, ma il test è solo uno degli strumenti della prevenzione e da solo non è sufficiente ad arrestare la diffusione del virus! Ben venga l’attenzione dei cittadini al proprio stato sierologico, ma sarebbe opportuno anche lavorare di più e meglio sull’informazione e sugli strumenti di prevenzione, a partire dai preservativi maschili e femminili.
L’associazione Lila
Lila, Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids, è un’associazione senza scopo di lucro nata nel 1987 che agisce sull’intero territorio nazionale attraverso le sue sedi locali. È organizzata attraverso una sede nazionale, con aree di servizio finalizzate alla prevenzione, alle terapie, alla riduzione del danno, alla prostituzione, al carcere, alla difesa dei diritti. La sede nazionale opera per uno sviluppo delle politiche sociosanitarie e per la crescita delle sedi locali che agiscono a livello regionale, provinciale e cittadino. Lila collabora con altre associazioni non governative italiane ed europee, e con le principali istituzioni nazionali e internazionali.
È bene ricordare che…
…l’infezione da Hiv provoca un indebolimento progressivo del sistema immunitario, aumentando il rischio di infezioni e malattie da parte di virus, batteri, ecc…, potenzialmente letali alla lunga distanza, e che in condizioni normali potrebbero essere curate più facilmente. Dopo essere entrata in contatto con l’Hiv, una persona può diventare sieropositiva e cominciare così a produrre anticorpi diretti specificamente contro il virus, dosabili nel sangue. La sieropositività implica che l’infezione è in atto e che è dunque possibile trasmettere il virus ad altre persone. La comparsa degli anticorpi, però, non è immediata. Il tempo che intercorre tra il momento del contagio e la comparsa nel sangue degli anticorpi contro l’Hiv è detto “periodo finestra” e dura mediamente 4-6 settimane, ma può estendersi anche a 6 mesi. Durante questo periodo, anche se la persona risulta sieronegativa è comunque in grado di trasmettere l’infezione. Da sieropositivi, è possibile vivere per anni senza alcun sintomo e accorgersi del contagio solo al manifestarsi di una malattia. Sottoporsi al test della ricerca degli anticorpi anti-Hiv è l’unico modo di scoprire l’infezione. Esistono tre diverse modalità di trasmissione dell’Hiv: per via ematica, per via sessuale e per via materno-fetale. La trasmissione attraverso il sangue rappresenta la principale modalità di contagio responsabile della diffusione dell’infezione nella popolazione dedita all’uso di droga per via endovenosa. Nel mondo, la trasmissione sessuale è la modalità di trasmissione più diffusa dell’infezione da Hiv. L’uso corretto del profilattico può annullare il rischio di infezione durante ogni tipo di rapporto sessuale con ogni partner. La trasmissione da madre a figlio può avvenire durante la gravidanza, durante il parto o l’allattamento. Oggi è possibile ridurla al di sotto del 4% somministrando un farmaco alla mamma e al neonato. Il virus dell’Hiv non si trasmette attraverso strette di mano, abbracci, vestiti, baci, sudore, muco… oppure bicchieri, posate, lenzuola o punture di insetti. E nemmeno frequentando palestra, piscina, docce, gabinetti, scuole e luoghi di lavoro, mezzi di trasporto, ristoranti, bar, locali pubblici. Altre informazioni all’indirizzo www.epicentro.iss.it/problemi/aids/aids.asp.
La ricerca: il vaccino Tat
Proprio recentemente è stato reso noto che il vaccino terapeutico Tat, conosciuto anche come il Vaccino AIDS Italiano, è stato sperimentato con successo in studi preclinici. Questo vaccino riporta verso la normalità le funzioni immunitarie dei malati. Un risultato “entusiasmante” secondo le parole di Barbara Ensoli, del Centro Nazionale AIDS dell’Istituto superiore di Sanità, che sta sviluppando il vaccino. Uno studio pubblicato sulla rivista PlosOne, che riporta i risultati dell’analisi ad interim della sperimentazione clinica di fase II, dimostra che in 87 pazienti trattati dopo 48 settimane migliora notevolmente il sistema immunitario già compromesso dal virus, grazie appunto all’azione del vaccino Tat combinato con la terapia antiretrovirale.











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