Tolleranza zero
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Allergie e intolleranze alimentari: se ne parla sempre di più. Una moda o una conseguenza di stili di vita e scelte alimentari sbagliate? La parola alla nutrizionista. (di Ilaria Sicchirollo)
Allergia o intolleranza? Oggi siamo tutti più sensibili all’argomento: se ne parla di più e i test sono sempre più accessibili. Ma siamo davvero intolleranti o, peggio, allergici? Spesso una reazione negativa a un alimento viene definita allergia. In realtà queste reazioni possono dipendere da altri fattori: intossicazioni di tipo microbico, un’avversione psicologica a un determinato cibo o un’intolleranza a un ingrediente contenuto in quel cibo. Prima di tutto occorre quindi fare chiarezza per capire se un certo alimento va completamente eliminato dalla dieta o semplicemente ridotto, magari anche solo per un determinato periodo. «L’allergia alimentare– spiega la dottoressa Tiziana Semplici, gastroenterologa e nutrizionista - è una forma specifica di intolleranza che attiva il sistema immunitario producendo anticorpi IgE. La reazione determina il rilascio di sostanze chimiche (fra cui l’istamina) che provocano reazioni localizzate (gastrointestinali, cutanee o respiratorie) o effetti generalizzati (shock anafilattico). L’intolleranza alimentare, invece, anche se può manifestarsi in maniera simile (diarrea, nausea, crampi allo stomaco) non coinvolge nello stesso modo il sistema immunitario».
Cosa accade in caso di intolleranza?
«L’intolleranza alimentare (o risposta citotossica) si manifesta quando il corpo non riesce a digerire correttamente un alimento o un componente alimentare. Ma, mentre i soggetti allergici devono eliminare del tutto il cibo incriminato, le persone che hanno un’intolleranza possono spesso sopportare piccole quantità dell’alimento o del componente in questione senza sviluppare sintomi».
Cosa si deve fare se si sospetta un’allergia o un’intolleranza?
«Se una persona ritiene di soffrire di reazioni allergiche a determinate sostanze alimentari, la prima cosa da fare è consultare il proprio medico per verificare che i sintomi non siano causati da un’altra malattia ed essere eventualmente indirizzati a un dietologo o un allergologo. Il primo passo di una
diagnosi affidabile è un’anamnesi dettagliata del paziente e della sua famiglia. Si deve dedicare particolare attenzione alla tipologia e alla frequenza dei sintomi nonché al momento preciso in cui si verificano in relazione al consumo di determinati alimenti. Dopo la visita, se il medico lo riterrà opportuno, potrà suggerire indagini diagnostiche».
Un campo minato
«Quello delle intolleranze è un problema complesso – ci spiega Tiziana Semplici. Oggi quasi tutti i pazienti chiedono di essere sottoposti a test di tolleranza di fronte a qualsiasi sintomo come se individuando un “diavoletto” responsabile di tutto potessero risolvere tutti i loro problemi. In realtà spesso le intolleranze agli alimenti sono da ascriversi a: carichi eccessivi di un alimento consumato tutti i giorni o in dosi eccessive; disbiosi, cioè incapacità di processare molecole troppo grandi che si comporterebbero così come estranee provocando reazioni locali e sistemiche; carenze di microelementi (minerali e vitamine) che indurrebbero squilibri metabolici. Per queste ragioni è bene prima di tutto regolarizzare la funzionalità intestinale, evitare diete troppo restrittive e individuare carenze nutrizionali. Eliminare il “cibo spazzatura” che contiene conservanti, coloranti e additivi che possono costituire un potenziale problema. L’obiettivo è recuperare la tolleranza agli alimenti».
Attendibilità dei test
«Un altro aspetto spinoso – prosegue la nutrizionista - è legato ai test a disposizione: sono numerosi ma ancora si discute a proposito della loro attendibilità. Certo è che non possiamo, comunque la si pensi, ignorare che i risultati clinici contano e che la medicina non è una scienza esatta ma in costante ricerca ed evoluzione. Non è corretto rifiutare a priori alcuni concetti primo fra tutti il terreno sul quale lavoriamo: la prima regola è che non esiste il cibo buono per tutti così come il farmaco utile a tutti, ogni persona ha una sua individualità biochimica della quale tener conto» conclude.
I meno "tollerati"
I più comuni alimenti responsabili di intolleranze sono il lattosio e il glutine.Il lattosio è lo zucchero contenuto nel latte. Normalmente, l’enzima chiamato lattasi, presente nell’intestino tenue, scompone il lattosio in zuccheri più semplici (glucosio e galattosio) che entrano poi in circolo nel sangue. Quando l’attività enzimatica è ridotta, il lattosio non viene scomposto e viene
trasportato nell’intestino crasso dove viene fermentato dai batteri presenti in quella parte del corpo. Questo può determinare sintomi come flatulenza, dolore intestinale e diarrea. L’intolleranza al glutine è invece una disfunzione intestinale che si manifesta quando il corpo non tollera il glutine (proteina presente nel grano, nella segale, nell’orzo e nell’avena, anche se quest’ultima è oggetto di controversie e di ricerche per stabilirne l’effettivo ruolo). La diffusione della malattia, comunemente chiamata celiachia o intolleranza al glutine, è sottostimata.
I test (di Tiziana Semplici)
• Test cutanei
I test consistono nell’inserimento sottocutaneo di estratti di un determinato alimento, mediante iniezione o sfregamento, per verificare l’eventuale comparsa di una reazione di prurito o di gonfiore. Il valore di questo tipo di test èmolto controverso e i risultati non sono
affidabili al cento per cento.
• Diete ad esclusione
Si basa sull’eliminazione di un alimento o di una combinazione di alimenti sospetti per circa 2 settimane prima di effettuare una prova di verifica. Se in questo periodo i sintomi scompaiono, i cibi sospetti vengono reintrodotti nella dieta, uno per volta, in quantità ridotte e aumentate gradualmente fino a raggiungere la dose normale. Una volta verificati tutti i cibi sospetti, è possibile evitare quelli che causano problemi.
• Test RAST(radioallergoassorbimento)
In questo tipo di test si mescolano in una provetta piccoli campioni di sangue del paziente con estratti di alimenti. In una vera allergia, il sangue produce anticorpi per combattere la proteina estranea che può così essere rilevata. Il test può essere usato soltanto come indicatore di un’allergia ma non determina l’entità della sensibilità all’alimento nocivo.
• Test di tolleranza - Citotossico
Viene effettuato su un prelievo di sangue venoso del paziente. Si mette il sangue a contatto con le principali sostanze alimentari presenti abitualmente sulle nostre tavole, andando a ricercare le eventuali intolleranze per 77 alimenti di utilizzo quotidiano (pasta, carne, formaggio, frutta e verdura). Al microscopio si osserva il rigonfiamento dei globuli bianchi e si sanciscono tre possibili gradi di reazione che vanno da un semplice rigonfiamento, alla modifica della forma (polarizzazione della cellula), fino alla rottura del globulo bianco con fuoriuscita di materiale cellulare. Questi gradi rappresentano i tre possibili livelli di sensibilità al cibo testato. La validità della prova dipende dal tipo di sostanza testata. Sulla base dei due test viene formulata una dieta ad hoc per il paziente.
• Test Immunoenzimatici
Utilizzano la metodica ELISA (già ampiamente impiegata in diagnostica di laboratorio per patologie infettive, autoimmuni) per misurare sia quantitativamente che qualitativamente la presenza di IgG rivolti verso le proteine di un particolare alimento. L’intensità della colorazione del complesso che si formerà in caso di intolleranza darà l’ informazione sulla qualità e quantità di IgG prodotte .
• Test elettromedicali E.A.V. (elett roagopuntura di Voll):
misura la resistenza elettrica su puntispecifici di agopuntura che si comportano da conduttore. Per la legge di Ohm, in un conduttore passa più corrente quanto è minore la resistenza: un organo sano (corrispondente a quel punto di agopuntura preso in considerazione) farà registrare un passaggio di corrente di 8-10 micro ampere che lo strumento indicherà con 50 US (unità scala). Una registrazione inferiore a 50 US indicherà una difficoltà di passaggio di corrente e quindi un disturbo sull’organo in senso disfunzionale; una misurazione sopra i 50 US indicherà invece una situazione infiammatoria o di sovraccarico tossico. Sulla base di questo presupposto si valuta la compatibilità del soggetto a vari alimenti. Su questo concetto si basano il Vega test , il Ryodoraku, il BFBC. Il punto debole del test è legato all’esperienza dell’operatore e quindi alla sua riproducibilità. Il biotricotestè basato sul principio della biorisonanza: la risonanza si ha quando la frequenza della “eccitazione” è identica alla frequenza di vibrazione naturale dell’oggetto. Ad esempio un cantante può riuscire a rompere un calice se la frequenza del canto è identica alla frequenza naturale di vibrazione del bicchiere. Il corpo tende a vibrare sempre ad una particolare frequenza; se indebolito o sbilanciato vibra a frequenza diversa e meno armoniosa di quando è in salute. L’esperienza dimostra che la reazione individuale ad un impulso informativo esterno (ad esempio il contatto del corpo con corpi estranei) evoca diversi tipi di riflessi: muscolari, biochimici, neuronali, elettromagnetici che per la rapidità di reazione non possono aver viaggiato a livello di impulso nervoso o di corrente ematica. Si può considerare quindi che la via elettromagnetica, stimolando il tessuto sensibile, lo fa entrare in “biorisonanza” e ci avverte della sua reazione. Pur avendo, queste metodiche, ottenuto risultati notevoli, sono ancora da considerarsi allo stadio sperimentale e meritevole di ulteriori verifiche scientifiche ed approfondimenti.










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