Fare bene? Fa star bene!
Lella Costa e l’impegno sociale. Un “dovere” per tutti e soprattutto per chi conduce un’esistenza privilegiata, ma anche, ci assicura l’attrice, un’autentica fonte di piacere e di benessere.
È il giorno successivo alla prima milanese del suo spettacolo Ragazze nelle lande scoperchiate del fuori e Lella Costa è euforica. Perché recitare nella sua città ha un sapore diverso, tutto speciale, e perché quando qualcosa va bene, come ci confessa lei stessa, perché non assaporarne la soddisfazione? L’adrenalina è a mille, ma come la si gestisce?
“Sono di una pigrizia mortale e per me stare sul palcoscenico, che è allestito con pedane inclinate, è già una bella attività fisica, un po’ come fare step! A livello psicologico ci sono invece le piccole scaramanzie, mentre dal punto di vista della salute mi proteggo dall’influenza che gira in questi giorni con l’omeopatia. E poi tento soprattutto di mantenere gli equilibri, se il sonno non arriva non lo cerco a tutti i costi. I problemi arrivano a fine turnè, quando c’è il famoso crollo fisico e del bioritmo, e mi capita di sentirmi davvero malata”.
Com’è il suo approccio alla salute? È attenta a condurre uno stile di vita sano? “Cerco di esserlo, ma rivendico il diritto alla contraddizione. Bisogna avere alcune regole, come una buona igiene alimentare, ma credo che siano sacrosante le deroghe. Alla base di tutto deve esserci il principio del piacere: stare bene davvero, non autoconvincersi che si sta bene solo perché si seguono regimi imposti. A Natale sono stata a Khartum nell’ospedale di Emergency a trovare Gino Strada e c’era una cuoca etiope davvero fantastica, che però cucinava tutto con il burro. Penso di aver preso 3 kg e al ritorno mi sono serenamente messa a dieta, non tanto per un fatto estetico ma perché mi sentivo male io. Tendo comunque a seguire regole alimentari furbe e niente affatto punitive”.
E la sua proverbiale ironia? Quanto la aiuta a star bene?
“Moltissimo. Anche se non è sempre facile applicarla su di sé. Ho letto da poco una frase meravigliosa di Romain Gary che dice che l’ironia è una dichiarazione di dignità, perché è l’affermazione della superiorità dell’uomo su quello che gli capita. La trovo straordinaria, potrebbe essere la mia epigrafe. L’ironia praticata quotidianamente, soprattutto se si hanno figli, è indispensabile. Farsi una risata (che poi non è tanto diverso dal farsi un bel pianto) senza opporvi resistenza è una cosa sana. Molti non lo fanno, perché è un problema di controllo, di immagine di sé che si vuole dare”.
Anche a noi donne qualche risata in più non farebbe male...
“Abbiamo sempre bisogno di conferme, ci sentiamo sempre inadeguate perché così ci fanno sentire. Facciamo una quantità inverosimile di cose e sembra sempre che non basti mai. Forse dovremmo imparare a capire quanto valiamo e non avere continuamente bisogno di dimostrarlo. Le faccio un esempio. Quando mi metto a fare il ragù e sto otto ore in cucina è perché sto per andare in turnè. Magari non devo neanche stare via tanti giorni, è forse più un “andar via psicologico”, ma cucino per ore perché è un modo per prendermi cura delle mie figlie. Devo partire? Allora ho bisogno di riempire il frigo. Nessuno me lo chiede, non devo dimostrare che mi occupo di loro, ma sento di dover meritare questo mestiere, che è il più bello del mondo, e quindi faccio anche tutto il resto. Forse dovremmo solo rilassarci un po’...”
Rilassarci? E come si fa?
C’è sempre il timore di non essere abbastanza, abbiamo la pretesa di voler fare tutto e poi si ha paura di non riuscire a fare bene niente. Ma una delle grandi fortune che ho avuto è di avere iniziato a fare questo lavoro non da giovanissima e di avere la consapevolezza che, per quanto lo ami profondamente, non è tutto. La mia vita è fatta soprattutto di altre cose, gli affetti, la realtà. E questo mi aiuta anche nella professione, perché comunque alla realtà mi ispiro e della realtà resto in ascolto. Oggi è un po’ autolesionista chi pretende di fare il teatro senza conoscere lo spirito dei tempi. Non parlo dell’attualità, parlo di quello che gira nell’aria, le inquietudini, le paure, ma anche quello di cui la gente ride. Bisogna intercettare questo spirito per poi poterlo raccontare da un palcoscenico”.
Tra le mille cose che fa, c’è anche un forte impegno sociale.
“Per me è importante poter fare qualcosa di concreto, magari poco, ma di persona, da vicino. Sono dell’idea che sia meglio un mini evento in un piccolo centro per disabili che una grande maratona televisiva. È giusto che ci siano, ci mancherebbe, ma c’è sempre una grande distanza e invece io penso che non sia sufficiente dare un numero di carta di credito e mettersi a posto la coscienza. Meglio prendersi l’onere di sfogliare il bilancio di una ONG, di capire come e perché, quanto spende, dei soldi che arrivano, per le missioni e quanto per sé e per la propria gestione (un po’ il problema delle grandi organizzazioni umanitarie). Preferisco farmi carico. Magari poco, ma fatto direttamente”.
Come nel caso del consultorio di cui è presidentessa?
“Ho avuto l’onore di essere chiamata, nel 2001, alla presidenza del più antico consultorio laico, il CEMP, dopo il grande Marcello Bernardi. Ne sono molto contenta perché credo molto nella valenza sociale del consultorio. Questo è di fatto privato ma ha tariffe accessibili, una profonda attenzione alla persona, puoi avere rapidamente una visita ginecologica, una consulenza psicologica o legale, ci sono progetti per le mamme con i bambini e per i padri. È un modo di assumersi direttamente un piccolo pezzo di responsabilità”.
E poi c’è l’impegno con Emergency
“La cosa intollerabile della guerra è che c’è qualcuno che decide, scientemente, di distruggere altri esseri umani. Per questo mi sono avvicinata a Emergency. Ho visitato il centro di cardiochirurgia di Khartum, un centro d’eccellenza, dove però la maggior parte degli interventi è fatta su pazienti che se avessero avuto accesso a un minimo di prevenzione e di cura non ne avrebbero avuto bisogno. Il vero problema è prevenire”.
Ma non sempre le emergenze si possono prevenire, come nel caso di Haiti
“Quello che le persone che sono in prima linea dicono è che se si fosse fatto qualcosa, anche poco, prima, non ci sarebbe quest’emergenza spaventosa. E questo vale per Haiti come per l’Abruzzo. Perché purtroppo si fa sempre leva sull’emergenza. Questa cosa è evidentissima nel nostro paese, ma riguarda in generale tutta la politica mondiale. In realtà investendo molto meno, ma costantemente e prima, magari si poteva fare qualcosa, istituire un sistema di allarme, invece a patire sono sempre i più deboli, come era successo a New Orleans nel 2005 con l’uragano Katrina: tutti quelli che potevano si sono spostati. Il problema sono stati quelli che non potevano, guarda caso i più poveri e deboli che sono stati travolti. Finché avremo queste leggi di mercato temo che disastri del genere continueranno a succedere”.
E ora, con Haiti, tutte le risorse sembrano convogliare là
“Bisogna prima di tutto chiedersi quali organizzazioni erano già presenti in Haiti e sostenerle con una ragionevole certezza perché conoscono il territorio e sanno cosa fare. Quando arrivano questi fiumi di aiuti, se non c’è qualcuno che conosce il territorio e sa come muoversi, si rischia di disperderli. Quante volte i fondi raccolti per emergenze sono rimasti immobilizzati nelle banche? Troppi e troppo a lungo. Ora è chiaro che tutti sono per Haiti. Fino alla prossima emergenza”.
A proposito di fare troppe cose, il suo impegno sociale come si concilia con lavoro e famiglia?
“Il mio è sempre un impegno relativo, ma vorrei sottolineare una cosa. Anche in questo campo vige il principio del piacere di cui parlavamo prima. Il poco che faccio, non mi pesa per niente, anzi, mi piace proprio. Quando conobbi Gino Strada mi disse di essere molto infastidito quando lo chiamano “eroe”, perché a lui piace quello che fa, è esattamente quello che voleva, avrebbe pagato per fare il chirurgo. E farlo in una condizione in cui sei davvero indispensabile è, in fondo, una grande componente di piacere. Bisogna dirlo, perché altrimenti il popolo dell’impegno umanitario sembra fatto da martiri, asceti e missionari. Non è così. Fare cose buone dà una soddisfazione immensa, è davvero fonte di piacere di per sé, non in attesa di qualche ricompensa terrena o divina. Fare del bene per il piacere di farlo è davvero un grandissimo privilegio”. (Ilaria Sicchirollo)
foto Samuele Pellecchia |
“Sono di una pigrizia mortale e per me stare sul palcoscenico, che è allestito con pedane inclinate, è già una bella attività fisica, un po’ come fare step! A livello psicologico ci sono invece le piccole scaramanzie, mentre dal punto di vista della salute mi proteggo dall’influenza che gira in questi giorni con l’omeopatia. E poi tento soprattutto di mantenere gli equilibri, se il sonno non arriva non lo cerco a tutti i costi. I problemi arrivano a fine turnè, quando c’è il famoso crollo fisico e del bioritmo, e mi capita di sentirmi davvero malata”.
Com’è il suo approccio alla salute? È attenta a condurre uno stile di vita sano? “Cerco di esserlo, ma rivendico il diritto alla contraddizione. Bisogna avere alcune regole, come una buona igiene alimentare, ma credo che siano sacrosante le deroghe. Alla base di tutto deve esserci il principio del piacere: stare bene davvero, non autoconvincersi che si sta bene solo perché si seguono regimi imposti. A Natale sono stata a Khartum nell’ospedale di Emergency a trovare Gino Strada e c’era una cuoca etiope davvero fantastica, che però cucinava tutto con il burro. Penso di aver preso 3 kg e al ritorno mi sono serenamente messa a dieta, non tanto per un fatto estetico ma perché mi sentivo male io. Tendo comunque a seguire regole alimentari furbe e niente affatto punitive”.
E la sua proverbiale ironia? Quanto la aiuta a star bene?
“Moltissimo. Anche se non è sempre facile applicarla su di sé. Ho letto da poco una frase meravigliosa di Romain Gary che dice che l’ironia è una dichiarazione di dignità, perché è l’affermazione della superiorità dell’uomo su quello che gli capita. La trovo straordinaria, potrebbe essere la mia epigrafe. L’ironia praticata quotidianamente, soprattutto se si hanno figli, è indispensabile. Farsi una risata (che poi non è tanto diverso dal farsi un bel pianto) senza opporvi resistenza è una cosa sana. Molti non lo fanno, perché è un problema di controllo, di immagine di sé che si vuole dare”.
Anche a noi donne qualche risata in più non farebbe male...
“Abbiamo sempre bisogno di conferme, ci sentiamo sempre inadeguate perché così ci fanno sentire. Facciamo una quantità inverosimile di cose e sembra sempre che non basti mai. Forse dovremmo imparare a capire quanto valiamo e non avere continuamente bisogno di dimostrarlo. Le faccio un esempio. Quando mi metto a fare il ragù e sto otto ore in cucina è perché sto per andare in turnè. Magari non devo neanche stare via tanti giorni, è forse più un “andar via psicologico”, ma cucino per ore perché è un modo per prendermi cura delle mie figlie. Devo partire? Allora ho bisogno di riempire il frigo. Nessuno me lo chiede, non devo dimostrare che mi occupo di loro, ma sento di dover meritare questo mestiere, che è il più bello del mondo, e quindi faccio anche tutto il resto. Forse dovremmo solo rilassarci un po’...”
Rilassarci? E come si fa?
C’è sempre il timore di non essere abbastanza, abbiamo la pretesa di voler fare tutto e poi si ha paura di non riuscire a fare bene niente. Ma una delle grandi fortune che ho avuto è di avere iniziato a fare questo lavoro non da giovanissima e di avere la consapevolezza che, per quanto lo ami profondamente, non è tutto. La mia vita è fatta soprattutto di altre cose, gli affetti, la realtà. E questo mi aiuta anche nella professione, perché comunque alla realtà mi ispiro e della realtà resto in ascolto. Oggi è un po’ autolesionista chi pretende di fare il teatro senza conoscere lo spirito dei tempi. Non parlo dell’attualità, parlo di quello che gira nell’aria, le inquietudini, le paure, ma anche quello di cui la gente ride. Bisogna intercettare questo spirito per poi poterlo raccontare da un palcoscenico”.
Tra le mille cose che fa, c’è anche un forte impegno sociale.
“Per me è importante poter fare qualcosa di concreto, magari poco, ma di persona, da vicino. Sono dell’idea che sia meglio un mini evento in un piccolo centro per disabili che una grande maratona televisiva. È giusto che ci siano, ci mancherebbe, ma c’è sempre una grande distanza e invece io penso che non sia sufficiente dare un numero di carta di credito e mettersi a posto la coscienza. Meglio prendersi l’onere di sfogliare il bilancio di una ONG, di capire come e perché, quanto spende, dei soldi che arrivano, per le missioni e quanto per sé e per la propria gestione (un po’ il problema delle grandi organizzazioni umanitarie). Preferisco farmi carico. Magari poco, ma fatto direttamente”.
Come nel caso del consultorio di cui è presidentessa?
“Ho avuto l’onore di essere chiamata, nel 2001, alla presidenza del più antico consultorio laico, il CEMP, dopo il grande Marcello Bernardi. Ne sono molto contenta perché credo molto nella valenza sociale del consultorio. Questo è di fatto privato ma ha tariffe accessibili, una profonda attenzione alla persona, puoi avere rapidamente una visita ginecologica, una consulenza psicologica o legale, ci sono progetti per le mamme con i bambini e per i padri. È un modo di assumersi direttamente un piccolo pezzo di responsabilità”.
E poi c’è l’impegno con Emergency
“La cosa intollerabile della guerra è che c’è qualcuno che decide, scientemente, di distruggere altri esseri umani. Per questo mi sono avvicinata a Emergency. Ho visitato il centro di cardiochirurgia di Khartum, un centro d’eccellenza, dove però la maggior parte degli interventi è fatta su pazienti che se avessero avuto accesso a un minimo di prevenzione e di cura non ne avrebbero avuto bisogno. Il vero problema è prevenire”.
Ma non sempre le emergenze si possono prevenire, come nel caso di Haiti
“Quello che le persone che sono in prima linea dicono è che se si fosse fatto qualcosa, anche poco, prima, non ci sarebbe quest’emergenza spaventosa. E questo vale per Haiti come per l’Abruzzo. Perché purtroppo si fa sempre leva sull’emergenza. Questa cosa è evidentissima nel nostro paese, ma riguarda in generale tutta la politica mondiale. In realtà investendo molto meno, ma costantemente e prima, magari si poteva fare qualcosa, istituire un sistema di allarme, invece a patire sono sempre i più deboli, come era successo a New Orleans nel 2005 con l’uragano Katrina: tutti quelli che potevano si sono spostati. Il problema sono stati quelli che non potevano, guarda caso i più poveri e deboli che sono stati travolti. Finché avremo queste leggi di mercato temo che disastri del genere continueranno a succedere”.
E ora, con Haiti, tutte le risorse sembrano convogliare là
“Bisogna prima di tutto chiedersi quali organizzazioni erano già presenti in Haiti e sostenerle con una ragionevole certezza perché conoscono il territorio e sanno cosa fare. Quando arrivano questi fiumi di aiuti, se non c’è qualcuno che conosce il territorio e sa come muoversi, si rischia di disperderli. Quante volte i fondi raccolti per emergenze sono rimasti immobilizzati nelle banche? Troppi e troppo a lungo. Ora è chiaro che tutti sono per Haiti. Fino alla prossima emergenza”.
A proposito di fare troppe cose, il suo impegno sociale come si concilia con lavoro e famiglia?
“Il mio è sempre un impegno relativo, ma vorrei sottolineare una cosa. Anche in questo campo vige il principio del piacere di cui parlavamo prima. Il poco che faccio, non mi pesa per niente, anzi, mi piace proprio. Quando conobbi Gino Strada mi disse di essere molto infastidito quando lo chiamano “eroe”, perché a lui piace quello che fa, è esattamente quello che voleva, avrebbe pagato per fare il chirurgo. E farlo in una condizione in cui sei davvero indispensabile è, in fondo, una grande componente di piacere. Bisogna dirlo, perché altrimenti il popolo dell’impegno umanitario sembra fatto da martiri, asceti e missionari. Non è così. Fare cose buone dà una soddisfazione immensa, è davvero fonte di piacere di per sé, non in attesa di qualche ricompensa terrena o divina. Fare del bene per il piacere di farlo è davvero un grandissimo privilegio”. (Ilaria Sicchirollo)










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