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L'arte fa stare bene

Arte e benessere: due mondi che si osservano, si cercano, si completano.



Non è certo una novità accostare l’arte al benessere dell’individuo oppure, se preferite, il benessere all’arte. Praticamente da sempre, fin dalla Preistoria, questi due mondi hanno iniziato a scrutarsi con una certa curiosità, come se fossero reciprocamente alla ricerca di una forma di connivenza. I nostri stati d’animo, così come i pensieri e le emozioni, vengono influenzati dall’arte, in tutte le sue forme. Questione di luce, di profondità, di colori ma anche di suoni, ombre, espressioni, sfumature. L’atto stesso di creare, di fare arte, diventa per l’artista una sorta di “mezzo” liberatorio, e anche chi semplicemente osserva l’arte, ne fruisce, può trarne dei vantaggi non solo “culturali” ma anche in termini di benessere. In altre parole, la ricerca del “bello” e il processo creativo, in tutte le declinazioni, producono benessere. “La relazione tra arte e benessere è insita nella natura psicologica dell’uomo: tutti ambiscono alla bellezza” ci spiega Fausta Squatriti, artista e docente all’Accademia di Brera. “I parametri della bellezza, naturalmente, cambiano: quelli della nostra società sono totalmente differenti da quelli di una tribù africana, ma anche da quelli di un’altra civiltà occidentale. Il canone di bellezza occidentale è stato il più diffuso anche perché l’arte occidentale, nata con il Cristianesimo e con l’esigenza di ‘raffigurare’ e non più di fare dei ‘segni simbolici’, è diventata potente e la bellezza come stilema dell’umanesimo che si confronta con la spiritualità del divino, ha accompagnato i secoli in cui arte e società sono corsi in parallelo. Ci sono però dei segni che l’uomo primitivo o l’uomo non acculturato (non in senso gerarchico ma antropologico) ha dentro di sé: i veri segni cosmici. I primi segni che l’uomo ha disegnato nelle caverne non sono stati una copia del vero, esigenza nata molto tempo dopo, ma sono stati segni astratti, testimonianza di una cosmogonia naturale, inevitabile. L’uomo primitivo sentiva fortemente questa sua vicinanza col creato, di cui coglieva l’immanenza e non la ragione. Il rapporto con la spiritualità, non con la religione, che nasce molto più tardi, pone l’uomo al centro del mistero, e alla ricerca della luce, fuori dalla paura e dal bisogno, lo fa crescere intellettualmente. La spiritualità, anche quando conformata dentro la regola della religione, è sempre, a mio avviso, una riduzione alla ragione, ragioni diverse create per esseri umani sviluppatisi diversamente nei diversi luoghi del globo terrestre. Per chi possiede la fede, per chi sente il bisogno della regola, la rivelazione, il mistero divino, l’avere fede, sono il massimo della bellezza, che simbolicamente diventa di natura estetica. La bellezza è il bisogno di spiritualità più profondo che tutti gli esseri umani hanno dentro di sé, e permette di porsi, come essere pensante, al pari del mistero del creato, o comunque dentro al mistero, consapevolmente, e la consapevolezza conduce all’armonia, dunque, al benessere” prosegue Fausta Squatriti.

L’arte come terapia
Molto spesso l’arte nasce dal disagio esistenziale dell’artista, che nell’atto stesso di creare un’opera ne ricava benessere: l’arte diventa dunque un mezzo liberatorio. “L’artista è sempre anticipatore del senso del proprio tempo” spiega Fausta Squatriti. “Pensiamo all’avanguardia del Novecento, che ha precorso due Guerre Mondiali, una Rivoluzione in Russia e un secolo intero di rivolgimenti e tragedie epocali. Già nel 1909 il Blaue Reiter realizza una visione del mondo sgradevole, sconvolge i canoni della bellezza: l’arte non serve più a elevare la spiritualità dell’uomo, serve a denunciarne la miseria spirituale, la rapacità, l’errore. Per farlo, sposta il canone della bellezza sulla denuncia sociale e si può da ora in avanti parlare di bellezza solamente dal punto di vista tecnico dell’opera d’arte: un’opera è bella quando riesce a esprimere il meglio di quello che voleva dire l’artista, ma questo ‘bello’ è un bello che fa male, che ferisce. E tanto più l’opera è efficace nella sua denuncia, tanto più siamo obbligati a definirla, ancora una volta, bella. Ma ancora, a distanza di un secolo, l’arte e la sua provocazione non è accettata da tutti. Si accetta la crudezza del cinema, della cronaca, ma non quella dell’arte visiva, perché permane la radicata aspirazione che l’arte visiva, quella che colpisce più immediatamente, più emotivamente, sia un mezzo per placare il nostro dolore di vivere, facendoci ‘trasferire’ altrove” conclude Fausta Squatriti. L’arte come forma liberatoria oltre che espressione di sé, dunque. Ma come si traduce nella pratica? Come si può sfruttare l’arte per migliorare la qualità della nostra vita e stare meglio? Sicuramente osservandola e “respirandola”. Ma anche praticandola. L’arteterapia, ad esempio, è un insieme di tecniche e di metodologie che sfruttano le attività artistiche come mezzi terapeutici, volti al recupero e alla crescita dell’individuo in ambito affettivo, emotivo, relazionale, basandosi sul presupposto che il processo creativo messo in pratica nel fare “arte” si concretizza in benessere psicofisico e in una migliore qualità della propria vita. Il Prof. Pino Di Gennaro, scultore, è docente di teoria e pratica della terapeutica artistica all’Accademia di Brera. “Usiamo l’arte per tirar fuori tutti quegli aspetti per i quali la semplice parola o l’ascolto non sono sufficienti. L’arte ha proprio questa grande potenzialità: riuscire a far emergere da ciascuno di noi delle cose straordinarie. Lo scorso anno abbiamo tenuto un laboratorio interessante all’Ospedale Fatebenefratelli, dedicato alle vittime del bullismo: abbiamo usato la tecnica della scultura con la creta. Grazie al contatto con la materia i ragazzi hanno migliorato la loro autostima e il rapporto di relazione con gli altri. E questo lo notiamo anche quando effettuiamo percorsi di pittura o di grafica. L’arte è uno strumento prezioso per far emergere emozioni e stati d’animo, che rimarrebbero latenti. Gli artisti stessi quando lavorano si trovano in una dimensione di auto-terapia” prosegue Di Gennaro. Seguire un percorso di questo tipo può servire a tutti per avere un rapporto migliore con se stessi? “Certamente. Stimoliamo l’elemento primordiale del ‘toccare’ e del far interagire tutti i sensi. Anche le persone che stanno bene, ma che vogliono stare meglio, possono rivolgersi all’arte, che è la dimensione che ci mette in relazione con le nostre emozioni, le nostre angosce o le nostre gioie. E di comunicare queste sensazioni agli altri. La gente dovrebbe trovare il tempo per dedicarsi all’arte proprio come cura di sé” conclude il Prof. Di Gennaro.

Matite e pennelli
Per l’artista e arteterapeuta Edith Kramer l’arte come terapia viene concepita proprio come espressione di sé e come mezzo di sostegno dell’io. La Kramer considera l’opera d’arte come un ‘contenitore di emozioni’ e l’atto stesso del ‘creare’ come terapeutico di per sé. Sulla base di queste considerazioni se ne deduce che in alcuni casi, come ad esempio quando avviene un cambiamento importante nella propria vita, una crisi, un pensionamento o una leggera depressione, può rivelarsi molto utile liberare le proprie energie creative, lasciarsi andare, frequentando un laboratorio artistico o semplicemente acquistando tempere, pastelli, matite e… divertirsi a usarli!

Arte, poesia, aperitivo
Rendere l’arte più ‘popolare’ e meno formale. È questo l’obiettivo del progetto culturale Rosa Spinto, ideato da Indira Fassioni, che si propone di usare metodi diversi e insoliti per promuovere l’arte. Ad esempio, esponendo le opere in un locale alla moda o dal parrucchiere. “Far vedere alle persone un quadro o delle fotografie esposte in un ambiente ‘amico’, in una dimensione di relax e di convivialità, è una formula che ‘rompe’. A me piace perché toglie quella patina ‘istituzionale’ che impaurisce la gente e la tiene lontana dal mondo dell’arte più tradizionale, fatto di gallerie e studi. Immaginatevi un’esposizione di quadri dal parrucchiere o una poesia servita in un bar o una mostra fotografica in un locale di tendenza mentre si prende un aperitivo. Ho constatato di persona che in un contesto così la gente recepisce ed è più interessata all’arte, ne rimane colpita. E magari si innamora di un’opera…e decide di acquistarla” spiega Indira Fassioni. Durante questi eventi vengono proposti artisti inediti ma anche artisti che espongono già nelle gallerie. Per saperne di più su queste iniziative, è possibile iscriversi alla newsletter su www.rosaspinto.it (Simona Recanatini)

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