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Aids, obiettivo zero

Aids, obiettivo zero


Per il 2015, non ci dovranno più essere nuove infezioni, né discriminazioni né tantomeno morti. Il sogno può diventare realtà. Parola della LILA, la Lega Italiana per la Lotta all’Aids, che lancia anche la nuova campagna. (di Paola Barni)

Sono passati esattamente 30 anni da quel 1 dicembre 1981, data in cui è stato diagnosticato il primo caso di Aids nel mondo. Da allora, tante cose sono successe, la medicina ha fatto passi da gigante, i media non hanno (quasi) mai abbassato la guardia sul problema. E l’epidemia fa un po’ meno paura. Ma ancora tanto, tantissimo resta da fare. E, in occasione della Giornata Mondiale di Lotta contro l’Aids 2011 del 1° dicembre scorso, l’Unaids e la LILA (la Lega Italiana per la Lotta contro l'Aids) porta avanti con forza la campagna Getting to Zero, ovvero “arrivare a zero” nel giro di quattro anni.

«Il mondo si è impegnato ad arrestare la diffusione di Hiv/Aids entro il 2015. Tutti noi che da 30 anni lottiamo contro l’Hiv pensiamo che ciò non sia utopia e che con le conoscenze attuali, l’individuazione di alcune priorità e l’adeguato impegno politico ed economico arrivare a zero sia possibile. Visto che non esiste ancora una cura definitiva per l’infezione da Hiv, la ricetta per

arrestare e gestire questa epidemia deve passare da: consolidate politiche di prevenzione, assistenza socio-sanitaria adeguata, disponibilità dei farmaci e diagnostica per tutti, difesa dei diritti, lotta contro lo stigma in ogni contesto» recita un comunicato della LILA.

Ma il “senso” di Getting Zero è ancora più ampio: per LILA significa zero nuove infezioni, zero discriminazioni e zero morti Aids correlate.

 

Zero nuove infezioni

«Prevenire si può ed è economicamente vantaggioso: la cura di una persona che diventa sieropositiva costa solo in farmaci dai 1.000 ai 1.500 euro al mese, cui poi vanno aggiunti i costi di diagnostica e altri farmaci se necessari»  precisa una nota della LILA.

In Italia, oggi, la trasmissione sessuale è la modalità d’infezione più diffusa in Italia. Si può prevenire con una serie di interventi, a cominciare da campagne di informazione mirate (per target  e per popolazioni vulnerabili) alla modifica dei comportamenti e riduzione dei rischi, dall’utilizzo del profilattico (maschile e femminile) alla PEP - profilassi post esposizione,. Senza dimenticare la ARV - terapia antiretrovirale, efficace anche come prevenzione in quanto riduce la carica virale  e le NTP, Nuove Tecnologie di Prevenzione, che sono in fase di sperimentazione e stanno dando risultati incoraggianti. Fortunatamente, invece, la trasmissione ematica attraverso il consumo di sostanze stupefacenti per via iniettiva (che negli anni 80 è stata in Italia la prima via di trasmissione) è calata drasticamente e si è stabilizzata grazie agli interventi di Riduzione del Danno, con la fornitura gratuita di siringhe sterili e programmi sostitutivi con metadone ai tossicodipendenti. «Ma per azzerarla bisogna ancora investire ancora su politiche ad hoc» aggiungono dalla LILA. Infine, buone notizie anche per quanto riguarda la trasmissione materno-fetale, ovvero la possibilità che una madre trasmetta l’Hiv al figlio: questa infatti si riduce drasticamente (< 1%) se la madre viene sottoposta a una idonea terapia durante la gravidanza, partorisce con parto cesareo e evita l’allattamento al seno. «Purtroppo ancora oggi in Italia diverse donne scoprono di essere sieropositive durante la gravidanza, non avendo mai eseguito controlli specifici fino a quel momento. Questo dimostra come sia necessario avere programmi di informazione e prevenzione diretti alle donne» concludono dalla Lega.

 

Zero morti

Se è vero che ancora tanto resta da fare per portare a zero la discriminazione verso le persone che vivono con l'Hiv, ancora più ardua- ma fattibile- è la strada che deve portare a zero morti correlate all’Aids. Spiega una comunicazione della LILA: « La terapia antiretrovirale disponibile oggi è efficace e riduce la progressione verso l’Aids. La terapia non è una cura definitiva, ma nei paesi dove è disponibile le persone con Hiv, in particolare se la diagnosi è tempestiva, possono condurre vite soddisfacenti, lunghe e in salute. È necessario investire di più e meglio e dare nuovamente priorità a programmi di accesso al Test Hiv. I dati della sorveglianza nazionale ci dicono che in Italia vi è una porzione consistente di persone con infezione da Hiv che non è a conoscenza del proprio stato sierologico (circa un terzo del totale delle persone sieropositive, stimate in circa 150mila). Complessivamente circa il 60% delle diagnosi di Aids avviene in persone che eseguono il test tardivamente, che quindi al momento della diagnosi non sapevano di essere sieropositive. Questo fenomeno determina diverse conseguenze negative: la persona con HIV a cui viene diagnosticato l’HIV tardivamente non ha l’opportunità di iniziare nei tempi ottimali la terapia antiretrovirale. Ha quindi un rischio più elevato di giungere ad una fase conclamata della malattia, e una ridotta probabilità di un pieno recupero immunologico una volta iniziato il trattamento farmacologico».

 

Non c’è ancora la cura

Ancora la LILA precisa che: «Anche se  la terapia riduce la progressione verso l’Aids l’ottimismo sulla sua efficacia a lungo termine si sta ridimensionando davanti alla persistente presenza del virus in quelle cellule/siti (detti santuari), dove esso esiste e resiste alla terapia, facendo rimanere la persona pesantemente compromessa da questa sorta di “allarme continuo” del sistema immunitario (immunoattivazione) e provocando malattie cardiovascolari, neurologiche, renali, epatiche, tumorali, e configurando un quadro clinico di invecchiamento precoce. Per questo oggi non possiamo definire l’infezione da Hiv “curabile”».

 

Abbassare la guardia? Mai!

La sensazione è che nell’ultimo periodo i media – stampa e televisione – abbiano trascurato l’argomento Aids e soprattutto i temi legati alla prevenzione. È davvero così? «Negli ultimi anni c'è stato in realtà un ritorno di interesse da parte dei media per il tema dell'Hiv/Aids, dopo un lungo periodo di silenzio o quasi, nonostante nel medesimo periodo ci sia stato uno speculare calo di attenzione da parte delle istituzioni» racconta presidente LILA Alessandra Cerinoli. «Non sempre in termini appropriati: sono passati 30 anni dall'inizio dell'epidemia e ancora succede, soprattutto nei media italiani, di dover fare i conti con la disinformazione o, peggio, con il sensazionalismo che fa leva sulla paura. La ritrovata attenzione dei media crediamo sia dovuta anche al grande lavoro che hanno fatto le associazioni, e in questo la Lila è in prima fila, per non lasciar cadere l'attenzione e a riportare l'Hiv/Aids nell'agenda innanzitutto istituzionale delle priorità. Purtroppo, da quando oltre 100 associazioni hanno sottoscritto la Dichiarazione di Roma (un documento indirizzato al governo, stilato per la Conferenza mondiale sull'Aids che si è appunto tenuta a Roma lo scorso luglio) non è arrivata nessuna risposta. Le associazioni rappresentano un patrimonio prezioso di informazioni ed esperienza per i media, che a loro volta occupano un ruolo fondamentale, nell'informare correttamente i loro lettori e spettatori su cosa sia l'Hiv/Aids e cosa si sta facendo per combatterlo».

 

 

 

 

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